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Oratorio di San Giovanni

Gli Affreschi

La Crocifissione

Appena entrati nell’aula sacra, lo sguardo dei visitatori è subito colpito e profondamente impressionato dalla grandiosa Crocifissione dipinta sulla parete di fondo, completamente animata da tante altre scene, tutte intensamente scosse, dalla dolorosa esecuzione della condanna a morte sul patibolo infamante della croce.
Ciascuna scena è vivacizzata dalla vivida narrazione pittorica di svariati particolari della vita quotidiana. Si tratta sempre di dettagli di singolare bellezza come, ad esempio, è evidente dall’incantevole raffigurazione del gruppo centrale ai piedi della croce, dove, sulla desolata figura di Maria, prendono fervoroso impulso e veemente passione le figure afflittissime di Maddalena e del giovane apostolo Giovanni.

Proprio nella sofferente dolcezza di questa drammatica raffigurazione, gli studiosi si dirigono per cercare di individuare le due distinte personalità artistiche dei fratelli Salimbeni, esecutori degli affreschi: tra i due, più aggraziato, più narrativamente piacevole ed elegante è Lorenzo; invece Jacopo è di sicuro più sintetico, più rappresentativo della realtà e quindi più legato alla concretezza.
Però, entrambi appartengono saldamente a quella particolare cultura internazionale europea nella quale si era formato e diffuso un elegante linguaggio figurativo comune, compreso a tutte le latitudini europee: il tardo gotico, denominato anche Gotico cortese o Gotico fiorito, noto soprattutto con la definizione moderna di Gotico internazionale.

Come si è detto, l’ambientazione del vasto fondale nel suo complesso si presenta imponente e animata da diverse scene; essa raffigura il luogo delle esecuzioni capitali sul Calvario, vivacizzato dalla folla degli astanti suddivisi in diversi gruppi, tra i quali si notano gli immancabili curiosi rappresentati dalla madre che rincorre il figlioletto tra la calca dei cavalieri, tra cui si riconoscono i militari romani posti sotto la bandiera rossa dell’Impero, che reca la sigla SPQR; invece,altri cavalieri sulla sinistra sono i rappresentanti dei più perfidi tra i pubblici accusatori di Gesù, raggruppati sotto la bandiera contrassegnata dal nero scorpione, simbolo di penetrante insincerità e di sottile slealtà.
Tra i pagani, ma contrassegnato dall’aureola quadrata dei giusti, si nota il centurione Longino che, dopo aver trafitto il costato di Gesù, riconosce la sua divinità, come l’altro cavaliere sulla destra che esclama: «Veramente questi era figlio di Dio!».
Sotto la croce è raffigurato anche l’uomo pietoso che porge al suppliziato la spugna imbevuta d’acqua e aceto. Al centro è raffigurata la disperata afflizione di Maddalena, del giovane apostolo Giovanni e di Maria assistita dalle pie donne.

Intanto, in alto gli angeli provvedono a raccogliere in coppe d’oro il sangue prezioso del Redentore, mentre da sopra la croce di Disma, il buon ladrone pentito (Lc 23, 40-43), un angelo trasporta la sua anima in paradiso come gli aveva promesso lo stesso Gesù e invece l’anima del ladrone irriducibilmente impenitente è già avvinghiata al dorso di un diavolo ghignante.

Sulla sommità della croce di Cristo, dal legno del patibolo crescono le fronde dell’albero della vita, tra il fogliame del quale è ospitato il nido del pellicano, raffigurato nell’atto di trafiggersi il petto per nutrire col proprio sangue i suoi pulcini, insidiati dal serpente, il nemico primordiale del giardino dell’Eden.
La tradizione cristiana aveva interpretato il gesto del pellicano, che in realtà rigurgita il cibo per nutrire i propri figlioletti, come se si squarciasse generosamente il petto per nutrire la prole col proprio sangue vivificatore, ben presto accolto come simbolo del sangue redentivo, effuso sulla croce dal Redentore.
Per tale motivo il pellicano è stato addirittura definito “pio” da San Tommaso d’Aquino.

Storie della vita di San Giovanni Battista

Prima scena

Nel primo riquadro in alto è raffigurato il sacerdote Zaccaria che, mentre sta compiendo il suo servizio nel tempio di Gerusalemme occupato nella mansione di infondere l’incenso sull’altare dei profumi, riceve la visione dell’Arcangelo Gabriele che gli annuncia: «Tua moglie Elisabetta ti partorirà un figlio che chiamerai Giovanni (=Jahveh è propizio)».

Seconda scena

Nel secondo riquadro in alto è raffigurata la visita di Maria a Elisabetta, moglie di Zaccaria.
La Madonna vi andò per assistere la cugina durante gli ultimi tre mesi della gravidanza di lei (Lc 1, 39-56).
Un’antica tradizione sostiene che Elisabetta, dopo il concepimento, si nascose per cinque mesi per sentirsi più unita a Dio, che le aveva fatto il dono di quella inspiegabile maternità, prescegliendo proprio lei priva di speranza di prole per essere ormai vecchia e per esser stata sempre sterile. Durante il sesto mese della propria gravidanza, Elisabetta accoglie Maria, da poco annunciata dallo stesso arcangelo Gabriele della sua divina gravidanza.

Terza e quarta scena

Maria rimase ad assistere Elisabetta per i tre mesi conclusivi della gravidanza, assistendo alla nascita di Giovanni.
La raffigurazione dell’avvenimento è dipinta nel terzo riquadro dove si vede l’interno di una nobile camera nuziale, arredata con un letto piuttosto monumentale nel quale sta seduta la puerpera Elisabetta, che ha consegnato il figlioletto alla parente Maria, che lo mostra agli astanti, mentre Zaccaria, ancora muto, seduto sopra una cassapanca ai piedi del letto, scrive il nome da imporre al neonato, che dopo otto giorni viene circonciso in ottemperanza al precetto della Legge mosaica (Gn 17, 12; 21, 4; Lv 12, 3).
Il quarto riquadro rappresenta il commiato e la partenza di Maria.

Quinta scena

Nel primo riquadro in basso, è raffigurato Giovanni ormai adulto, che ha già fatto la sua scelta di vita eremitica nel deserto della Giudea.
In tal modo il giovane nazir cominciò a menare vita austera nei vari luoghi desertici che attraversava, vestito di un perizoma di dura pelle allacciato intorno ai fianchi e di un mantello ispido, intessuto con peli di cammello gettato sulle spalle. In quei luoghi aspramente solitari, Giovanni era spesso raggiunto da gente di ogni ceto sociale, affascinata dalla sua predicazione, che veniva ad ascoltare i suoi ammaestramenti. Gesù stesso esalta la personalità e il ministero di Giovanni, ponendolo al di sopra dei profeti e di ogni nato di donna, designandolo come uomo forte e austero, paragonandolo a «una lampada ardente e lucente» e ad Elia per lo spirito.
Giovanni precede il Messia per rendergli testimonianza e, predicando e battezzando le folle d’Israele, le dispone alla conversione dell’anima e a produrre frutti di opere buone per poter entrare nell’economia messianica.

Sesta scena

Nel secondo riquadro in basso è raffigurato il battesimo dei penitenti, rito di espiazione cui erano sottoposti da Giovanni i propri discepoli e tutti coloro che aderivano ai suoi insegnamenti.
I convertiti sono adunati sulla riva sassosa del fiume Giordano, che scorre colorato d’azzurro e animato da pesci e da diversa fauna acquatica ai piedi di desolate colline color sabbia, qua e là illeggiadrite da verdognoli cespuglietti coriacei, che si tramutano in piante refrigeranti per accogliere alla loro ombra gli incorreggibili e gli impenitenti ostinatamente attaccati ai piaceri offerti dal mondo: essi bevono e tripudiano, mentre i convertiti dalla predicazione di Giovanni si fanno battezzare e altri attendono il proprio turno.
Con il grande ascendente che gli proveniva dall’austera pratica di un ascetismo radicale, Giovanni si era stabilito nel territorio desolato non lontano dal Giordano, dove preparava le «vie del Signore» col predicare la necessità della conversione e del «battesimo di penitenza a remissione dei peccati», essendo prossimo il Regno di Dio. In un clima di ansiosa attesa messianica, Giovanni suscitò un enorme entusiasmo e le folle accorrevano a lui, da tutta la Giudea e perfino dalla stessa Gerusalemme. Giovanni accoglie tutti e battezza i pentiti e i convertiti immergendoli nel Giordano mentre confessano i propri peccati.

Settima scena

Anche Gesù volle presentarsi a Giovanni per riceverne il battesimo. Nel terzo riquadro in basso è pure raffigurato in una luce gloriosa il battesimo di Gesù.
Il dipinto appare suddiviso almeno in due parti con l’arida zona terrena e lo splendore del Cielo con multicolori angeli oranti accanto a un sole sfolgorante, da dove s’affaccia Dio tra cori di cherubini, intento a guardar giù il greto sassoso del fiume ove una schiera di Santi sono inginocchiati a pregare sulla riva destra del Giordano, mentre gli astanti all’evento sono accanto a Giovanni che si sporge a versare l’acqua battesimale su Gesù, semplicemente avvolto in un trasparente candido velo e immerso in piedi nell’acqua del fiume ricca di pesci. Dal Cielo squarciato è raffigurato discendente su Gesù lo Spirito Santo, sotto forma di bianca colomba nella luce sfolgorante di Dio.

Ottava scena

Nel quarto e ultimo riquadro sottostante è raffigurato Giovanni addirittura illeggiadrito da un mantello purpureo, che parzialmente nasconde il suo rozzo vestito tessuto con ispidi peli di cammello: quasi sembra che per incontrare il re Erode Antipa, Giovanni abbia voluto indossare una specie di abito di corte.
Poiché egli continuava la propria missione con coraggio e franchezza, biasimando i vizi e invitando i peccatori alla conversione e alla penitenza, al tetrarca della Galilea rimproverò aspramente e pubblicamente la sua convivenza incestuosa e adulterina con Erodiade, sua nipote nonché moglie del proprio fratello Filippo. Il sovrano, temendo che la possente eloquenza di Giovanni potesse causare una sollevazione del popolo scandalizzato da una condotta tanto riprovevole, lo fece arrestare e gettare in catene nel famoso carcere di Macheronte, ubicato sulle montagne di Moab, a 1.100 metri sul livello del Mar Morto. Erode Antipa si recava volentieri ad ascoltare Giovanni in carcere, rimanendo ogni volta sempre più turbato dalle parole udite.
Però Erodiade odiava a morte Giovanni ed aveva deciso di farlo tacere per sempre, desiderando metterlo a morte. Il re, invece, non voleva permetterlo perché in cuor suo venerava Giovanni e temeva pure una sollevazione popolare perché la gente reputava Giovanni un profeta. Celebrandosi il genetliaco di Erode Antipa, durante il banchetto offerto dal re agli alti ufficiali e all’aristocrazia della Galilea, a Macheronte, la figlia di Erodiade, Salome, eseguì delle danze che piacquero tanto al sovrano, che le promise con giuramento solenne di concederle tutto quello che gli avesse chiesto, perfino «la metà del regno».
La ragazza consultò sua madre, la quale le suggerì di farsi portare subito sopra un vassoio la testa di Giovanni incarcerato nello stesso luogo. Si dice che il re si rattristò a quella richiesta inattesa, ma per il giuramento pronunciato davanti ai dignitari della sua corte mantenne la promessa fatta e dette ordine al carnefice di eseguire la condanna e di recare a Salome la testa di Giovanni.
Lo storico Flavio Giuseppe (Antiq. Iud., XVIII, 7, 2) narra che il delitto di Erode Antipa impressionò fortemente il popolo. che venerava grandemente Giovanni, tanto che in seguito tutti interpretarono come castigo di Dio la sanguinosa sconfitta subita da Erode Antipa da parte del suocero Areta, re dei Nabatei e padre della moglie legittima del tetrarca di Galilea.

Infine, è necessario soffermarsi ad ammirare le due Madonne votive, eseguite dai due fratelli pittori, si dice, per mostrare l’elevatezza della loro arte ai confratelli committenti della Compagnia, i quali avevano preteso tale prova prima di conferire la considerevole committenza della dipintura dell’intera chiesa.
Le due pitture sono abbastanza simili nel linguaggio artistico del gotico internazionale, ma l’esecuzione rivela i due distinti temperamenti degli artisti, che gli studiosi hanno individuato anche nell’esecuzione degli affreschi.
Ad esempio, nel dipinto della cosiddetta Madonna dell’Umiltà posta tra San Giovanni e l’Apostolo San Giacomo il Maggiore è facilmente riscontrabile la calligrafica espressività di Lorenzo Salimbeni, mentre nella Madonna in trono col Bambino tra San Sebastiano e San Giovanni è chiaramente riscontrabile il tratto essenzialmente più sobrio di Jacopo Salimbeni.

(testo di: Prof. Luciano Ceccarelli)